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venerdì 22 ottobre 2010

Figli delle stelle


Il film di Lucio Pellegrini mette in scena le umane vicende di un variegato gruppo di anti-eroi nostalgici e sognatori, ai tempi dell’anti-politica e della disillusione esistenziale

«Ho provato a cogliere lo spaesamento, l’amarezza e la frustrazione dei nostri tempi bui, e a trasformarli in una commedia dinamica, eccentrica e un po’ folle. Ho pensato che tutto sommato viviamo in un paese in cui, storicamente, nel tempo, le tragedie si sono trasformate in farse».

Così il regista Lucio Pellegrini esordisce alla conferenza stampa del suo Figli delle stelle. Una commedia agrodolce e surreale che mette insieme un gruppo variegato di antieroi nostalgici e sognatori. In seguito alla tragica morte sul lavoro di un amico, un giovane portuale di Marghera (Fabio Volo) parte per Roma a chiedere giustizia in un talk show televisivo condotto da una giornalista con l’istinto da crocerossina (Claudia Pandolfi). Da quel momento in poi la sua vita si intreccerà con quella di un professore trentenne che lavora in autogrill (Pierfrancesco Favino), un rivoluzionario con una naturale predisposizione all’arte culinaria (Giuseppe Battiston), un uomo uscito di galera che non ha mai conosciuto il figlio (Paolo Sassanelli). Uniti dalla passione antipolitica e dalle illusioni perdute compiono il gesto estremo di protesta: rapire il Ministro del Lavoro per ripagare col riscatto la vedova del portuale. Perché se è vero che loro sono anni luce lontani dal mondo in cui vivono, la politica è altrettanto lontana dai bisogni e le necessità della gente comune che lotta quotidianamente per sbarcare il lunario e immaginarsi un futuro.

Il “colpo” però non va a buon fine perché la strampalata banda rapisce il sottosegretario Stella (Giorgio Tirabassi): un uomo perbene che cerca di far approvare una legge a favore di un’innovativa cura contro il cancro. I personaggi sono il cuore del film, veri e imperfetti, teneri e grotteschi, surreali ma umani. Diversi per provenienza ed estrazione sociale, vivono una condizione di precariato più che sociale, esistenziale, quell’impossibilità all’azione, quella sospensione e quel senso di smarrimento che caratterizza la nostra età.

Il film di Pellegrini si ispira alla grande lezione della commedia umana, da I soliti ignoti di Monicelli all’humour paradossale dei fratelli Coen. I Figli delle stelle sono «senza storia senza età eroi di un sogno», proprio come cantava Alan Sorrenti nel 1977 nella canzone omonima; per portare a termine la propria missione, fallimentare già dall’inizio, partono dalla capitale per rifugiarsi tra i monti innevati della Valle d’Aosta, nel bel mezzo del nulla. Indossano giacche con pelliccia in pieno stile “eighties”, ascoltano dischi in vinile e si improvvisano criminali col passamontagna. Restano ancorati a un mondo vintage perché non si sentono rappresentati dalla realtà che li circonda, ma nonostante questo lottano per il bene comune. Forse per vivere meglio il presente, bisogna intercettare una dimensione altra: in fondo i buchi neri non sono che stelle morenti.

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