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venerdì 8 ottobre 2010

Una sconfinata giovinezza


Avati racconta una storia di amore e malattia in un film dall’intensa carica emotiva che ha in sé la leggerezza della fanciullezza e la poesia dei paesaggi della memoria

Lino e Chicca, una coppia come altre unita da un amore lungo ed intenso, che tuttavia nella sua pienezza porta il peso di un’incompletezza, di una mancanza, di un desiderio e una necessità mai esauditi: un figlio. Questa urgenza di amore anziché infrangere, cementa una relazione che assume nel tempo declinazioni sempre più profonde e comprensibili solo all’interno della coppia stessa.
Quando il dolore fa irruzione sotto forma di una malattia, il morbo di Alzheimer, nella vita di Lino e quindi della sua compagna Chicca, il presente diventa un ricordo sbiadito eppure reale. Lino invecchia col corpo, ma la sua mente ritorna all’infanzia, in un luogo invisibile in cui Chicca ancora non c’era, eppure l’amore per lei resta e si trasforma. Pupi Avati, che per la prima volta racconta una storia d’amore, trasfigura i ricordi infantili di Lino in chiave magica, quasi fiabesca.

Una giovinezza, segnata dalla perdita dei genitori, da un incidente, dal casale degli zii in campagna, dalle scorribande per i colli bolognesi con un cane al seguito. Chicca segue il compagno in questo viaggio a ritroso, diventa per lui, ormai tornato bambino, la madre che non ha mai potuto essere, riversa il suo amore sempre uguale eppure diverso cercando di non perdere il filo tra la sua mente e quella di Lino, attraverso un linguaggio noto solo a chi si ama.

Avati trova la giusta misura e la delicatezza per raccontare una storia straziante, che altrimenti rischiava di cadere nel melodrammatico e nel patetico, mostrando un grande rispetto per chi la malattia la vive in prima persona o di riflesso. Bravi gli interpreti, la Neri invecchiata per esigenze di copione e sempre bellissima ci regala un’interpretazione intensa e misurata, ottima l’intesa con Bentivoglio, struggente e tenero. In entrambi, anche quando il loro rapporto moglie/marito si tramuta in una relazione madre/figlio,si percepisce l’intensità di persone adulte con il loro bagaglio di rimpianti e dolore e la complicità tra due amanti che pur di non perdersi, decidono di traslare il loro sentimento, trasferendolo in altro tempo, caricandolo di nuovo senso. La zia Amabile, interpretata da Serena Grandi rappresenta il ricordo più dolce per Lino, una sorta di fatina buona che cerca di ricomporre i cocci di un bimbo rimasto orfano. L’amarcord avatiano sembra percorrere tutto il film, anche nelle scene in cui non vi è rievocazione; questo forse perché l’amore e la sofferenza non hanno una dimensione spazio-temporale, come il sogno e il ricordo. Una Sconfinata giovinezza risente della forte impronta autobiografica del regista, qui anche sceneggiatore, che esprime il bisogno di guardare indietro per guardare oltre, di recuperare quell’ingenuità e quello stupore tipico della fanciullezza, e perdersi in quel territorio segreto che nessuno conosce perché è solo tuo. Quando Lino non riuscirà più a distinguere il presente dal passato, Chicca andrà a cercarlo tra gli amati colli, dove risuona ancora l’eco delle risate infantili, l’armonica del vecchio zio, l’abbaiare del cane. Ma se un fanciullo non vuole più tornare a casa sa dove nascondersi, perché ogni bambino ha un altrove impalpabile e inviolabile che nessuno conosce e che può sempre ritrovare.

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