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mercoledì 30 settembre 2009

Con la Pixar si sa, i sogni diventono realtà


I sogni in casa Disney, si sa diventono realtà. Lo diceva Cenerentola, protagonista canterina del cartoon disneyano, forse più celebre, risalente al lontano 1950, il quale, come ogni vera magia sopravvive al tempo e continua a incantare generazione intere di bambini e adulti.

E lo ripete oggi, a distanza di più di cinquant'anni, Carl Fredicksen, il protagonista settantottenne del nuovo film di animazione Up di Pete Docter, già “papà” di Monsters & Co.

La Pixar festeggia il sodalizio artistico con Disney, iniziato nel 1995 con Toy Story, a bordo di una improbabile casa volante, trainata da palloncini colorati, verso il Sud America, in un luogo paradisiaco dove la natura è incontaminata e selvaggia. Un anziano venditore di palloncini cerca di realizzare il sogno di una vita, per tenere fede ad una promessa d'amore solenne alla moglie scomparsa.

Il viaggio si rivela pieno di imprevisti, e con qualche compagno di ventura inatteso: un logorroico boy scout di otto anni, un cane parlante e un uccello esotico in via d'estinzione.

Una commedia esilarante in 3D che diverte ed emoziona con una straordinaria colonna sonora che compenetra nella narrazione e muta secondo gli sviluppi della vicenda che assume via via toni differenti, dal sentimentale all'adventure-movie, dalla commedia alla slapstick. La folle corsa del vecchietto e del bambino verso Le Cascate del Paradiso in Venezuela ha conquistato le platee di Cannes e Venezia, e vinto ogni concorrenza ai botteghini americani.

Il segreto di un tale successo è sicuramente imputabile alla genialità degli autori e del regista, e allo sforzo congiunto di un team creativo che ha impiegato tutte le risorse necessarie per creare qualcosa in cui il pubblico di ogni età potesse identificarsi. Una vita trascorsa e un grande sogno che rimane nel cassetto insieme al rimpianto di non averlo mai realizzato. Andare su, al di là delle nuvole, era il desiderio di Dorothy prima di avventurarsi verso Oz, salvo poi scoprire che "nessun posto è come casa propria". Da qui parte l'idea di un viaggio verso cieli sconosciuti senza lasciare la propria dimora, tempio di ricordi e nido sicuro. Partire verso l'ignoto senza allontanarsi davvero. E' così che il progetto di Up si fa strada negli studi Disney Pixar.

Il decimo lungometraggio della "premiata ditta" riafferma il valore di un cinema che in alcun modo può essere intrappolato in una categoria, ma spazia tra generi diversi e si rivolge a target differenti, abbattendo ogni pregiudizio che vede il film d'animazione come "un prodotto per bambini".

Dopo quindici anni di attività e numerosi successi, la Disney Pixar, scongiurata una separazione anni or sono, è ormai una realtà consolidata, non solo nel mondo dei cartoon, ma nel panorama cinematografico mondiale.

La consegna del Leone d’oro, in occasione di Venezia66, a John Lasseter, Brad Bird, Pete Docter, Andrew Stanton e Lee Unkrich da parte di George Lucas ha voluto celebrare il prestigio e l'importanza di questa unione fortunata. Prima della nascita della Pixar nel 1986, Lasseter lavorava nel team dei grafici nella Computer Animation Division della Lucasfilm, la società fondata da George Lucas nel 1971. Presso la Lucasfilm, Lasseter ha tra l’altro disegnato e animato il cavaliere di vetro di Piramide di paura (Young Sherlock Holmes, 1985), il primo personaggio mai realizzato al computer in un film live-action. Nel 1986 Steve Jobs, già fondatore della Apple, ha rilevato la Computer Animation Division della Lucasfilm, ribattezzandola Pixar, dopo che questa aveva sviluppato un computer ad altissime prestazioni.

Da Toy Story a Alla Ricerca di Nemo, da Ratatouille a Wall E, il più grande studio di animazione del mondo sperimenta l'uso di un linguaggio cinematografico trasversale, coniuga l'innovazione alla forza della narrazione, la qualità dell'immagine alla carica emotiva insita nelle storie raccontate.

Ma il vero punto di forza della Disney Pixar sono i sogni di cui si nutre, tra realtà e magia, al di là di ogni confine di genere, linguaggio e immaginazione. In altre parole, sempre più "Up".

mercoledì 23 settembre 2009

Inglourious Quentin


Tarantino contro Hitler e seguaci in un film che ha suscitato polemiche tra le comunità ebraiche e la critica di tutto il mondo. Una pellicola “politically incorrect” che risente dell’impronta stilistica del cineasta “pulp”.
di Maria Cristina Locuratolo 23 ottobre 2009 10:31

Il cinema sceglie, di volta in volta, tra le infinite storie (im)possibili, un’unica storia. Spesso non traccia un confine netto tra vero e verosimile, ma si perde in un caleidoscopio di immagini e colori, appellandosi alla capacità dello spettatore di sospendere la propria incredulità per un breve lasso di tempo, per abbandonarsi alla magia della proiezione. Vedere un film è un atto di fede, implica un tacito patto tra gli spettatori ed il regista, il pubblico e l’affabulatore. Il cinema può dunque riscrivere la Storia? Non può di certo deviarne il corso, ma può immaginare di poterlo fare. E’ questo, probabilmente, quello che ha pensato Quentin Tarantino mentre girava Bastardi senza gloria. La storia proiettata in una sala cinematografica diventa la Storia; il regista veste i panni di un illusionista che con un abile artificio rende reale ciò che non lo è, o meglio, ciò che non è stato. E per due ore, o poco più, noi gli crediamo.

Tarantino contro i nazisti, in un film che rivendica il diritto di salvare il mondo da quella che è stata la Tragedia per eccellenza. Così il burattinaio Quentin lascia bruciare (letteralmente) le sue marionette, manovrando i fili a suo piacimento. I “Bastardi” in questione, capitanati dal tenente Aldo Raine alias Brad Pitt, sono un gruppo di soldati americani, paracadutati oltre le linee nemiche, che diventano il terrore delle SS. Sono uomini arrabbiati e violenti che uccidono con coltelli, pistole e persino mazze da baseball i nemici tedeschi per poi fare loro lo scalpo. La loro è una personale missione contro il Terzo Reich, una vendetta in nome delle vittime ebree. E’ chiaro che il regista più “pulp” del cinema contemporaneo, non intende darci lezioni di Storia e questo è già facile intuirlo dal titolo goliardico, dal vendicatore Eli Roth, nuovo volto degli horror movies, che spacca i crani dei tedeschi con una mazza da baseball, da Raine/Pitt che incide svastiche con un coltellaccio sulla testa dei nemico sopravvissuti. La pellicola si rifà ad alcuni film anni Settanta come Ilsa e la Belva delle SS e sequel, vuole divertire con scene splatter, gioca con i simboli del nazismo esasperandone la visibilità, e sopratutto utilizza il cinema come espediente narrativo e mezzo per riscrivere la Storia.

Astuto e forse amorale Quentin, perché le ingiustizie e la morte non si riscattano, nemmeno su un piano ideale, con la violenza brutale. Ma, in fondo, al prestigiatore-cineasta interessa solo che il “numero” riesca, che l’artificio sembri magia pura. E Tarantino riesce a tenere incollato lo spettatore alla sedia, anche questa volta, grazie alla potenza visiva e immaginativa del film, ai dialoghi godibilissimi dei personaggi, all’interpretazione di attori straordinari, in primis quella di Christoph Waltz, spietato colonello nazista. La Storia rimane paradossalmente ai margini della storia; conta il dettaglio e lo stile. Molti critici hanno condannato su un piano etico il regista, accusandolo di ignoranza, miopia, negazionismo e scarso rispetto nei confronti della memoria storica e della Shoah, ma io credo che Tarantino non si sia posto problemi di ordine morale mentre pensava ai suoi inglourious basterds. Non voleva fare un film storico, ma immaginare una trama verosimile che intrattenesse il suo pubblico in cui le vittime diventassero carnefici, senza infamia e senza gloria.

lunedì 14 settembre 2009

Visioni di guerra e sogni di libertà conquistano Venezia


L’urlo di dolore e paura di Samuel Maoz squarcia il cielo di Venezia e si trasforma nel ruggito di un Leone (d’oro).
di Maria Cristina Locuratolo 14 settembre 2009 16:41

Un film “bello ed impegnato” conquista il Leone d’Oro della 66esima Mostra cinematografica veneziana: si tratta di Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz, opera che punta la cinepresa sui tragici fatti della guerra del Libano nel 1982, quasi fosse un’arma per svelarne segreti e retroscena, paure e orrori. Lebanon non è un semplice war-movie di propaganda o antimilitarista, ma piuttosto una testimonianza del regista stesso, sopravvissuto alla tragedia della guerra, alle morti fisiche e spirituali che essa porta con sé, al dolore lacerante di un’esperienza che priva l’uomo della propria umanità e lo riduce a preda o vittima. Leone d’argento per un altro film coraggioso Women without Men dell’iraniana Shirin Neshat, tratto dall’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur. Donne senza uomini verso un sogno di libertà, una presa di coscienza che equivale ad una vera e propria rinascita, contro ogni obbedienza cieca, ogni negazione dell’essere donna, in un mondo in “bianco e nero” che oscura e mortifica la bellezza quasi pittorica e la grazia di una femminilità in fermento.

Viene da chiedersi se la scelta dei giurati è stata in qualche modo condizionata dalle tematiche affrontate dalle pellicole premiate: due film impegnati, politici, toccanti e coraggiosi che puntano dritto al cuore della gente, forti nel messaggio quanto impeccabili nella forma. Il cinema italiano non ha convinto: nessun premio per Baarìa di Giuseppe Tornatore, che pare fosse piaciuto molto a Ang Lee, né per gli altri film nostrani in concorso. La Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, è stata assegnata all’attrice russa Ksenia Rappoport, protagonista de La doppia ora di Giuseppe Capotondi. La Coppa Volpi per l’interpretazione maschile viene vinta da Colin Firth, intenso protagonista di A single man, opera prima di Tom Ford. Il Premio Speciale della Giuria è stato conquistato dall’unica commedia in concorso, Soul Kitchen di Fatih Akin che in sala ha strappato più di qualche sorriso a pubblico e giuria. Tra i premi tecnici Osella per la miglior scenografia a Sylvie Olivé per Mr. Nobody di Jaco Van Dormael e Osella per la migliore sceneggiatura a Todd Solondz per il “dolceamaro” Life During Wartime di cui ha firmato anche la regia.

Tra i premi delle sezioni collaterali, premio Orizzonti a Engkwentro di Pepe Diokno, che si è aggiudicato anche il premio De Laurentis come migliore opera prima, e premio Orizzonti Doc a 1428 di Du Haibin. Menzione Speciale a Aadmi ki aurat aur anya kahaniya (The man’s woman and other stories) pellicola indiana di Amit Dutta. Per la sezione collaterale Controcampo Italiano è stato premiato il film Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli. Mentre la menzione speciale è toccata a Negli occhi di Daniele Anzellotti e Francesco Del Grosso. Tra i cortometraggi, il vincitore è Eersgeborene (First Born) di Etienne Kallos e il nuovissimo premio Persol 3-D per il miglior film 3-D stereoscopico dell’anno è andato all’horror The Hole di Joe Dante. In una kermesse di pochi alti e molti bassi, di film italiani stantii e pellicole fuori concorso degne di nota, solo un film è riusito a lasciare dentro me un segno indelebile: A single man di Tom Ford, che lungi dall’essere unicamente una storia d’amore omosessuale, è un’opera che tocca le corde dell’anima, il percorso di una intera vita di un uomo qualunque che si esaurisce in ventiquattro ore. Il ritratto intimo e poetico di “a single man” in un mondo dove tutto è grazia e bellezza, ma anche dolore e morte, in cui gli attimi di un’esistenza si rincorrono nella memoria come istantanee di un tempo che scorre, prezioso e irripetibile. E la morte non è che una danza verso “il salto” finale che chiude il cerchio e ricongiunge gli amanti.

Forse meritava qualcosa in più anche il visionario Mr.Nobody che porta a casa solo un’Osella, il quale si è distinto, a mio parere, non tanto per l’originalità della storia, ma per la commistione di generi e stili, la freschezza, la sperimentazione, l’anticonvenzionalità dei ruoli e non ultima la scelta delle musiche dalla Casta Diva della Callas a Satie, passando per il Pavane di Fauré e Where is My Mind dei Pixies. Anche l’umanità messa a nudo da Solondz in Life during Wartime meritava maggiore attenzione: una rappresentazione tragica e comica delle debolezze umane, dei conflitti personali che si instagliano nella Storia di guerre che decidono il destino di intere nazioni, dei fantasmi che si agitano dentro di noi e il perdono necessario alla sopravvivenza di se stessi e dell’altro.
Mi auguro almeno che i nostri cineasti abbiano imparato la lezione, trasformare un film in un’opera d’arte necessita di una buona dose di coraggio, umiltà, e sopratutto apertura al futuro, al mondo che ci rappresenta oggi.

venerdì 11 settembre 2009

Standing ovation per A Single Man


Davvero tante le pellicole degne di attenzione in questi ultimi giorni della mostra. Ma tra tutte si distingue e brilla l’opera prima di Tom Ford: A Single Man
di Maria Cristina Locuratolo 11 settembre 2009 16:29

VENEZIA - Il sipario sta per calare anche sulla 66 mostra veneziana, ma il cinema non smette di stupire e trasmettere emozioni. Anzi, pare proprio che in questi ultimi giorni siano state presentate le opere più interessanti e raffinate di questa edizione. A cominciare dalla commedia di Fatih Akin Soul Kitchen, un film divertente, a tratti grottesco, tra musica e cucina e l’anima greca. Meno incisiva la pellicola Al Mosafer (The Traveler) di Ahmed Maher che ci regala la storia di una vita di in tre momenti clou della stessa, ma appare debole da un punto di vista narrativo.

La doppia ora è il thriller opera prima di Giuseppe Capotondi, un film che ha un’energia propria e sa distinguersi nel panorama cinematografico italiano spesso piatto e poco rappresentativo della contemporaneità. Grande entusiasmo per Mr. Nobody, un lungometraggio pulp e visionario, antinarrativo, onirico , curato nei minimi dettagli ,che ricorda film memorabili come Sliding Doors, Donnie Darko, American Beauty e il più recente Il curioso caso di Benjamin Button, con l’eccentrico Jared Leto, al bivio tra moltiplici vite possibili, e musiche che compenetrano nella narrazione e conferiscono un valore aggiunto al film stesso. Ma la vera sorpresa di quest’anno, non solo a mio parere, è l’opera prima di Tom Ford, stilista e designer di fama mondiale, alla sua prima esperienza cinematografica.

A single man è una pellicola sublime, intima e personale, che tratta amore, dolore, paura, solitudine, emarginazione con delicatezza, gusto, poesia. Un film che ci offre uno sguardo privilegiato sull’esistenza attraverso l’Epifania del protagonista che scopre la bellezza della vita proprio quando fa esperienza della morte attraverso il lutto e la malattia. Un Colin Firth grandioso affiancato dallo stesso Ford e da una splendida Julianne Moore. Un film con un raffinato senso estetico, ma che non è un mero esercizio di stile. Un capolavoro assoluto, accolto con una standing ovation in sala stampa. Il Leone d’oro è già stato vinto.

giovedì 10 settembre 2009

Il soldato speciale Clooney sconvolge il Lido


Sbarcano al Lido i registi Disney Pixar, Matt Damon, Ewan McGregor e George Clooney che monopolizza l’attenzione dei media e dei fans. I film fuori concorso convincono di più di quelli in lizza per il Leone d’oro e il cinema italiano non decolla.
di Maria Cristina Locuratolo 10 settembre 2009 09:56

VENEZIA - Emozioni a go-go in questa seconda settimana al Lido. Il Palazzo del Cinema si riempe di palloncini colorati in onore di Up di Pete Docter, ultima fatica del team creativo della Disney Pixar, il quale ha accolto calorosamente in Sala Grande pubblico e giornalisti. Il cartoon in 3D è la tenera e divertente storia di un uomo settantenne con un sogno nel cassetto che lo accompagna dall’infanzia: esplorare le Cascate del Paradiso in Venezuela. E si sa, in casa Disney ogni sogno può diventare realtà, anche il più improbabile, e così il vecchietto parte verso l’America del Sud con una casa volante trasportata da tanti palloncini colorati. A fargli compagnia in questo magico viaggio, poetico e leggero proprio come un palloncino, un bimbo logorroico, un cane parlante e un uccello variopinto che adora il cioccolato.

Incanta ancora il grande “affabulatore” Michael Moore con la sua “storia d’amore” Capitalism: il cineasta spara su tutti dosando bene sarcasmo e umorismo, da Bush ai Ministri del Tesoro fino alla banca d’affari Goldman Sachs. Fuori Concorso il Soderberghiano The Informant! con uno straordinario Matt Damon, ingrassato e baffuto per l’occasione, nei panni del “menzognere, falsario, opportunista, camouflageur” Mark Withacre, un uomo arguto e irriducibilmente bugiardo che inventa storie e si pone domande esistenziali bizzarre, su quale sia la frase da dire prima di morire o sul perché gli orsi polari possiedano una intelligenza tale da coprirsi il naso nero per mimetizzarsi con l’ambiente circostante. Film in concorso Questione di punti di vista di Jacques Rivette, un’opera intrisa della magia del circo con funamboli in equilibrio sul proprio destino simili, a detta del protagonista Sergio Castellitto, a principesse sofferenti che chiedono di essere liberate mascherate da draghi terrificanti.

Grande fermento per la coppia più esilarante del festival Ewan McGregor- George Clooney con il film scoppiettante (peccato sia fuori concorso) The Men Who Stare at Goats di Grant Heslov: uno scoop cambia per sempre la vita del reporter Bob Wilton che intraprende un viaggio avventuroso verso l’Iraq con un soldato “speciale” dai poteri psichici fuori dal comune, Lyn Cassady, un uomo dalle doti paranormali, farcito di lsd e cultura new age, dall’anima hippie e lo sguardo letale, tanto da fermare il cuore di una capra in pochi secondi. L’arrivo di Clooney scatena fans e giornalisti; durante la conferenza stampa, una Iena improvvisa uno show, urla e si spoglia, rimane in boxer, con la scritta “George, choose me”, alludendo alla presunta omosessualità dell’attore rivelata ambiguamente alla rivista People, qualche settimana fa, dall’amico Brad Pitt.

Fuori Concorso anche Brooklyn’s Finest di Antoine Fuqua, che recupera idealmente e fisicamente il bel tenebroso Ethan Hawke dal suoTraining day, gli affianca Richard Gere e Don Cheadle per raccontare le vite di tre poliziotti al bivio che convergono in realtà in un’unica vita, un’unica via tra i buoni e i cattivi. In concorso il war-movie Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz: la guerra è quella del 1982, tra Israele e Libano, il punto di vista è quello di quattro ragazzi ebrei su un carro armato. Un film che privilegia l’aspetto voyeuristico della guerra, attraversandola con lo sguardo, per viverla “da dentro”. Francesca Comencini porta in Concorso al Lido Lo spazio bianco, il dramma di una madre interpretata da Margherita Buy, una storia dal tocco delicato e femminile, tratta dal romanzo omonimo di Valeria Parrella. La trama è insolita e toccante: una donna attende il ritorno alla vita o la morte della sua creatura, nata prematuramente e intrappolata in un’incubatrice, in un limbo fatto di speranza che ha il colore bianco del nulla e di un destino che chiede solo di essere scritto.

Ritorna il ’68 con Il grande sogno di Michele Placido, opera in concorso, che ripercorre l’epoca che fu attraverso ricordi ed esperienze evidentemente personali del regista. Ne esce un quadro un po’confuso, nostalgico che non aggiunge nulla di nuovo.Sarà per questo che in conferenza stampa a Placido si chiede di rappresentare l’Italia di oggi? Forse il passato, già ampiamente rappresentato con i suoi miti e i suoi cliché dai cineasti italiani, ha già fatto storia e i sogni come la realtà mutano, si evolvono e chiedono di essere rappresentati per guardare al futuro e a ciò che esso può offrire.

domenica 6 settembre 2009

Odissee veneziane


Visioni sotto effetto di coca o grazie ad apparizioni miracolose, luoghi dell’anima alla ricerca di un tempo, un destino, un ricordo. Outsiders, infermi, combattenti che cercano di mettere ordine al caos dell’esistenza.
di Maria Cristina Locuratolo 6 settembre 2009 14:07

Per alcuni è il miglior film in concorso visto finora alla 66esima edizione del festival veneziano: Bad Lieutenant: Port of call New Orleans sancisce il ritorno (gradito) di Werner Herzog al Lido. La pellicola, una sorta di remake de Il cattivo tenente di Abel Ferrara è un viaggio psicotico nell’inferno personale di uno sbirro drogato, senza nessuna speranza di redenzione, interpretato magistralmente da Nicolas Cage, già protagonista del film di Ferrara. Nel cast anche Eva Mendes, Val Kilmer e Michael Shannon. Herzog ritrae attraverso visioni distorte e allucinazioni deliranti un outsider dal destino già segnato, in cui non si intravede né la possibilità di una reintegrazione nel tessuto sociale né il recupero di un di contatto con la realtà, e cosa peggiore, un ricongiungimento con l’esistenza stessa. In conferenza Herzog ha affermato di essere contro la cultura della droga, di non averne mai fatto uso e a chi gli ha chiesto di Abel Ferrara, lui ha risposto che in un futuro prossimo si incontreranno, magari in un pub a bere qualcosa.

Altro film in concorso, Lourdes di Jessica Hausner, un viaggio “della speranza” di una donna affetta da sclerosi multipla che guarisce miracolosamente grazie alla fede, suscitando sentimenti contrastanti negli altri pellegrini. Lourdes è qui sì un luogo fisico, ma anche e soprattutto un luogo spirituale, dell’anima, attraverso cui Christine, la protagonista interpretata da Sylvie Testaud, entra in contatto con la parte più segreta di sé, con i misteri della fede e dei rapporti con l’altro. Nella Taiwan degli anni Cinquanta si svolge invece Lei Wangzi (Prince of Tears) di Yonfan ; film visivamente incisivo, dal forte messaggio politico che ben si colloca nella carriera del regista, un cineasta fuori dagli schemi, dalla personalità controversa, che non ha paura di avventurarsi in lavori facilmente soggetti a critiche e censure per tematiche e potenza visiva.

La censura, stavolta, è toccata ad un altro film in rassegna, si tratta di Francesca del romeno Bobby Paunesco ; in seguito alla diffida di Alessandra Mussolini e la querela da parte del sindaco di Verona, Flavio Tosi, per le parole offensive rivolte loro nell’opera, i responsabili del Circuito Cinema Comunali di Venezia hanno deciso oggi di sospendere le proiezioni locali del film "in presenza di specifica azione legale di parte e su richiesta della casa di distribuzione Fandango". Oggi, invece, è stata la volta del francese Persécution di Patrice Chereau con Charlotte Gainsbourg, in cui un giovane, Daniel, viene perseguitato da un uomo che si intrufola nella sua vita ovunque e ad ogni ora. Amore e ossessione che lo stesso Daniel nutre nei confronti di una donna che ama ricambiato.

Film fuori concorso è Prove per una tragedia siciliana di Roman Paska e John Turturro. Dopo Baaria di Tornatore un’altra dichiarazione d’amore alla Sicilia. Lo sguardo è quello di un uomo che ritorna nella sua cara isola, dopo essersi trasferito in America (i nonni materni di Turturro erano di Palermo e di Aragona, in provincia di Agrigento) per riconnettersi con il proprio passato. Una ricerca a ritroso, nel tempo e nello spazio che crea un ponte tra memoria e presente, tra gli Stati Uniti e la Sicilia. Un’idea che Turturro aveva in mente già da tempo e che ora ha preso forma e vita in questo film. Domani grande fermento per Up di Pete Docter, ultima stra-ordinaria fatica firmata Disney Pixar e per il Leone d’oro alla carriera a John Lasseter, consegnato eccezionalmente da George Lucas.

Storie di umanità al limite


Il viaggio attraverso umanità disperate e da ricomporre, apocalissi nucleari ed interiori: questo il tema portante della seconda giornata a Venezia.
di Maria Cristina Locuratolo 6 settembre 2009 13:58

VENEZIA - Secondo giorno per la kermesse veneziana:il "fil rouge" che percorre le proiezioni di oggi sembra essere il viaggio attraverso umanità disperate e da ricomporre, apocalissi nucleari ed interiori. Pellicola d’apertura il toccante The Road dell’australiano John Hillcoat, con Viggo Mortensen, Charlize Theron, Guy Pearce, Robert Duvall e il giovanissimo talento Smit - McPhee: un film dai toni e dai paesaggi gelidi, tratto dal romanzo scioccante di Cormac McCharty, che trae la sua forza non tanto dalla condizione estrema vissuta dai suoi personaggi, ma dalla relazione di un padre e di un figlio senza nome, immersi in una natura selvaggia quanto ostile, in terre glaciali, devastate da una apocalisse nucleare.

Altre vite in bilico, altri drammi umani, quelli messi abilmente in scena da Todd Solondz nel suo Life during the Wartime. Anche questa una storia che verte sulle relazioni umane, sulla necessità o meno del perdono, sull’inevitabilità del dolore attraverso il ricordo di un passato che incombe sul presente futuro come una minaccia perenne e si oppone ad ogni possibilità di futuro. Il quadro che ne esce fuori è un’America dal volto grottesco che tenta di ricucire gli strappi, di rimarginare le ferite, sullo sfondo di una guerra che non appare meno terribile di quella che si combatte quotidianamente in qualsivoglia "rispettabile" casa.

Da segnalare il film italiano Le ombre rosse di Francesco Maselli e l’egiziano Ehky ya Scherazade di Yousry Nashrallah. Nella sezione Orizzonti troviamo Great directors della regista grec0-americana Angela Ismailos: dieci protagonisti del cinema internazionale, da Bertolucci a Lynch, si raccontano davanti alla macchina da presa, ripercorrendo i sogni, i momenti di gloria e le sconfitte di percorsi esistenziali e artistici che hanno come unico punto di contatto l’amore per la Settima Arte. Fila lunghissima a sorpresa davanti alla Sala Perla per Videocracy dell’italo-svedese Eric Gandini, pellicola che getta uno sguardo d’insieme, critico ma nel contempo distaccato al mondo televisivo dell’Italia contemporanea.

venerdì 4 settembre 2009

Uno sguardo da Leone


Scatti d’autore, spezzoni di pellicole e sequenze tratte da capolavori. Il mito di Sergio Leone rivive attraverso due mostre a lui dedicate, con la partecipazione creativa di artisti italiani che hanno reso grande il nostro cinema.
di Maria Cristina Locuratolo 4 novembre 2009 11:58

Roma omaggia una delle pietre miliari del cinema italiano e mondiale, Sergio Leone, attraverso uno sguardo inedito che ripercorre i momenti salienti della sua carriera, a ottant’anni dalla nascita e a vent’anni dalla scomparsa del regista. Una mostra curata da Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, resa possibile anche grazie al prezioso contributo della famiglia Leone e al talento creativo di due artisti italiani di fama mondiale, i Premi Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. Un evento, prodotto da Equa, che ha voluto ricreare nello spazio espositivo dell’Auditorium Parco della Musica, il mondo e l’immaginario del cineasta dei leggendari spaghetti western. La mostra si apre sotto lo sguardo di Sergio Leone, ritratto dalla figlia Francesca, e continua nel buio di una sala cinematografica dove 500 fotografie scattate dall’artista Angelo Novi, suddivise in tre proiezioni, tracciano il percorso artistico del regista, dagli esordi ai film che hanno fatto epoca. La prima serie di proiezioni racconta gli anni ,dal 1947 al 1961, in cui Leone lavora come aiuto regista per autori italiani ed internazionali, maturando oltre ad un estro creativo innato, una conoscenza tecnica del set.

Il primo film di Leone, Colosso di Rodi, realizzato in Spagna, ottieni risultati insperati, nonostante il budget limitato. Da lì una carriera sempre in ascesa, come dimostra la seconda tranche di proiezioni, in cui vengono svelati i segreti del set di Leone, la cura dei dettagli, il lavoro incessante, la bellezza delle immagini. La terza serie di proiezioni vuole invece mostrare i corpi, gli sguardi, le figure ricorrenti dell’universo leonino, sottolineando la loro perfezione e unicità. La seconda parte della mostra è accompagnata dalla musica del maestro Ennio Morricone, partner artistico di Leone, una sorta di alter ego musicale del cineasta che ha tradotto in note le immagini di film epocali, esaltandone la potenza visiva e la comunicatività. E sulla scia di colonne sonore indimenticabili, lo spettatore può ammirare il camion di una troupe che ha appena scaricato uno scrigno, realizzato da Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, da cui idealmente si riversano spezzoni delle grandi opere di Leone.

Una mostra per ricordare e omaggiare un regista che ha ridato vita a un genere in declino per poi rivoluzionarlo, visivamente e narrativamente. Un West realistico e povero, abitato da personaggi violenti e da figure avvolte da un’aura mitologica, tanto da apparire come dèi: Clint Eastwood, Claudia Cardinale, Robert De Niro, Gian Maria Volonté sono solo alcuni dei volti catturati dalla cinepresa di Leone, volti diabolici o angelici, brutali o pieni di grazia. Un cineasta che non è mai passato di moda, amato e considerato un punto di riferimento da autori contemporanei come Quentin Tarantino; da Per un pugno di dollari alla trilogia de Il buono, il brutto , il cattivo fino alle parabole conclusive di C’era una volta il West, un’opera monumentale che racchiude l’intera epopea western, e C’era una volta in America che racconta i luoghi da lui idealizzati, Sergio Leone si è contraddistinto per la cifra stilistica e l’impronta poetica, per quello “sguardo inedito” che fa di lui il maestro non solo di un genere, ma di un modo di fare cinema.

Dal 29 ottobre 2009 al 30 Gennaio 2010, un’altra mostra fotografica dedicata al regista sarà aperta al pubblico presso lo spazio espositivo di Cinecittà 2 Arte Contemporanea: 100 scatti inediti, non proiettati ma esposti in maniera tradizionale, che portano ancora la firma di Angelo Novi, immortalano la carriera e la vita di un simbolo autentico della cinematografia italiana.

giovedì 3 settembre 2009

Venezia, buona la prima


Inizio in grande stile per la mostra veneziana: esordio tutto italiano con Monicelli e Tornatore, passerella da kolossal e il sequel dell’horror-movie firmato Balaguerò.
di Maria Cristina Locuratolo 3 settembre 2009 12:02

VENEZIA - Venezia ai nastri di partenza. Dopo la serata pre-inaugurale dedicata alla versione restaurata de La Grande Guerra di Mario Monicelli, il Lido ha accolto Giuseppe Tornatore e il suo Baaria con ben quaranta attori del film al seguito, in primis Francesco Scianna e la modella Margaret Madé. Oltre al numerosissimo cast della prima pellicola in concorso di quest’anno, hanno inaugurato il red carpet volti noti al grande e piccolo schermo, da Beppe Fiorello a Raoul Bova, da Simona Ventura a Eva Mendes. Kolossal ambientato nella Sicilia del passato, il film di Tornatore racconta attraverso tre generazioni la storia di un piccolo paesino, Bagheria, abbracciando un arco di tempo che va dagli anni Venti fino ai giorni nostri.

A suggellare la storia, a metà tra realtà e leggenda, la musica del maestro Ennio Morricone che ha accompagnato il regista e il resto del cast in mostra.Baaria può essere descritta come un’opera fortemente personale, “divertente e malinconica, fatta di grandi amori e travolgenti utopie”, usando le parole dello stesso regista. Il film recitato rigorosamente in dialetto siculo è stato girato in Tunisia, in un antico sobborgo di Tunisi dove è stata ricostruita minuziosamente la vecchia Bagheria.

Per gli appassionati dell’horror, invece, torna in Laguna a distanza di due anni, Jaume Balaguerò con Rec 2, uno zombie-movie di produzione ispanica che ha terrorizzato non poco pubblico e critica. Questa volta, la squadra speciale dell’esercito spagnolo è alle prese con un palazzo invaso da inquilini trasformati in morti viventi da un terribile virus; la storia non si distingue certo per originalità, ma il brivido è assicurato. Tra le pellicole più attese nella prima settimana ci sono il nuovo film di Michael Moore, Capitalism: a love story; The road di John Hillcoat, con Viggo Mortensen e Charlize Theron e il remake di Werner Herzog, Bad Lieutenant, con Nicolas Cage.