
L’urlo di dolore e paura di Samuel Maoz squarcia il cielo di Venezia e si trasforma nel ruggito di un Leone (d’oro).
di Maria Cristina Locuratolo 14 settembre 2009 16:41
Un film “bello ed impegnato” conquista il Leone d’Oro della 66esima Mostra cinematografica veneziana: si tratta di Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz, opera che punta la cinepresa sui tragici fatti della guerra del Libano nel 1982, quasi fosse un’arma per svelarne segreti e retroscena, paure e orrori. Lebanon non è un semplice war-movie di propaganda o antimilitarista, ma piuttosto una testimonianza del regista stesso, sopravvissuto alla tragedia della guerra, alle morti fisiche e spirituali che essa porta con sé, al dolore lacerante di un’esperienza che priva l’uomo della propria umanità e lo riduce a preda o vittima. Leone d’argento per un altro film coraggioso Women without Men dell’iraniana Shirin Neshat, tratto dall’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur. Donne senza uomini verso un sogno di libertà, una presa di coscienza che equivale ad una vera e propria rinascita, contro ogni obbedienza cieca, ogni negazione dell’essere donna, in un mondo in “bianco e nero” che oscura e mortifica la bellezza quasi pittorica e la grazia di una femminilità in fermento.
Viene da chiedersi se la scelta dei giurati è stata in qualche modo condizionata dalle tematiche affrontate dalle pellicole premiate: due film impegnati, politici, toccanti e coraggiosi che puntano dritto al cuore della gente, forti nel messaggio quanto impeccabili nella forma. Il cinema italiano non ha convinto: nessun premio per Baarìa di Giuseppe Tornatore, che pare fosse piaciuto molto a Ang Lee, né per gli altri film nostrani in concorso. La Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, è stata assegnata all’attrice russa Ksenia Rappoport, protagonista de La doppia ora di Giuseppe Capotondi. La Coppa Volpi per l’interpretazione maschile viene vinta da Colin Firth, intenso protagonista di A single man, opera prima di Tom Ford. Il Premio Speciale della Giuria è stato conquistato dall’unica commedia in concorso, Soul Kitchen di Fatih Akin che in sala ha strappato più di qualche sorriso a pubblico e giuria. Tra i premi tecnici Osella per la miglior scenografia a Sylvie Olivé per Mr. Nobody di Jaco Van Dormael e Osella per la migliore sceneggiatura a Todd Solondz per il “dolceamaro” Life During Wartime di cui ha firmato anche la regia.
Tra i premi delle sezioni collaterali, premio Orizzonti a Engkwentro di Pepe Diokno, che si è aggiudicato anche il premio De Laurentis come migliore opera prima, e premio Orizzonti Doc a 1428 di Du Haibin. Menzione Speciale a Aadmi ki aurat aur anya kahaniya (The man’s woman and other stories) pellicola indiana di Amit Dutta. Per la sezione collaterale Controcampo Italiano è stato premiato il film Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli. Mentre la menzione speciale è toccata a Negli occhi di Daniele Anzellotti e Francesco Del Grosso. Tra i cortometraggi, il vincitore è Eersgeborene (First Born) di Etienne Kallos e il nuovissimo premio Persol 3-D per il miglior film 3-D stereoscopico dell’anno è andato all’horror The Hole di Joe Dante. In una kermesse di pochi alti e molti bassi, di film italiani stantii e pellicole fuori concorso degne di nota, solo un film è riusito a lasciare dentro me un segno indelebile: A single man di Tom Ford, che lungi dall’essere unicamente una storia d’amore omosessuale, è un’opera che tocca le corde dell’anima, il percorso di una intera vita di un uomo qualunque che si esaurisce in ventiquattro ore. Il ritratto intimo e poetico di “a single man” in un mondo dove tutto è grazia e bellezza, ma anche dolore e morte, in cui gli attimi di un’esistenza si rincorrono nella memoria come istantanee di un tempo che scorre, prezioso e irripetibile. E la morte non è che una danza verso “il salto” finale che chiude il cerchio e ricongiunge gli amanti.
Forse meritava qualcosa in più anche il visionario Mr.Nobody che porta a casa solo un’Osella, il quale si è distinto, a mio parere, non tanto per l’originalità della storia, ma per la commistione di generi e stili, la freschezza, la sperimentazione, l’anticonvenzionalità dei ruoli e non ultima la scelta delle musiche dalla Casta Diva della Callas a Satie, passando per il Pavane di Fauré e Where is My Mind dei Pixies. Anche l’umanità messa a nudo da Solondz in Life during Wartime meritava maggiore attenzione: una rappresentazione tragica e comica delle debolezze umane, dei conflitti personali che si instagliano nella Storia di guerre che decidono il destino di intere nazioni, dei fantasmi che si agitano dentro di noi e il perdono necessario alla sopravvivenza di se stessi e dell’altro.
Mi auguro almeno che i nostri cineasti abbiano imparato la lezione, trasformare un film in un’opera d’arte necessita di una buona dose di coraggio, umiltà, e sopratutto apertura al futuro, al mondo che ci rappresenta oggi.
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